#ticonsigliounlibro, anzi, un fumetto!
Si legge in quarta di copertina: il Museo del Louvre ha nella propria collezione permanente, esposta al pubblico, 35 000 opere provenienti da epoche diverse e da diverse parti del mondo. Rinchiuse in 72 000 metri quadrati. In questo ampio spazio, tra i corpi delle opere, si aggirano all’incirca 9 milioni di visitatori all’anno e ad uno di questi, davanti all’Autoritratto di Rembrandt, squilla il telefono.
Così inizia la traversata immaginaria di David Prudhomme autore nel 2012 del fumetto La Traversée du Louvre edito da Futuropolis in partnership con il Museo del Louvre.
Il fumetto, come scritto sopra, si apre con una chiamata al telefono dell’autore che racconta al suo interlocutore dell’immensa collezione del Louvre e di come ogni parete sembri tappezzata da enormi vignette e le sale invase da lettori provenienti da tutto il mondo.
Terminata la chiamata il nostro autore/esploratore ritorna nella sala da cui era partito sperando di ritrovare la propria compagna, però non trovando nessuno e non riuscendo a contattarla si incammina, come un flâneur di Baudelaire, nelle stanze del Louvre, iniziando qui la propria deriva.
La sua sarà una passeggiata molto veloce, distratta, confusa e caotica. Ricorda molto la corsa di Arthur, Franz e Odille in Bande à part film del 1964 diretto da Jean-Luc Godard, che guarda caso (caso non è) è proprio girata al Louvre… ma torniamo al nostro vagabondo e ai suoi occhi. Le vignette successive proseguono con un ritmo incessante, andando di sala in sala, opera in opera ed è qui che l’autore/esploratore mette in luce il vero soggetto del proprio museo: il visitatore. Gli occhi del nostro vagabondo iniziano a confondere e fondere i due corpi, non senza un filo di ironia e grande capacità caricaturale espressa dai volti, dai corpi e dai gesti. I visitatori divengono le vere opere che invadono il museo. Questi gesti che partono dalle opere si riverberano inconsapevolmente nel soggetto che osserva. Prudhomme disegna una danza caotica formata da soggetti e opere che viaggiano al ritmo di un suono che riverbera le tracce del tempo che si propaga e influenza ogni epoca e cultura. Un ritmo che sopravvive (Nachleben) e rende visibile le migrazioni di quelle che Warburg chiama Pathosfolmeln (formule di Pathos): posture e gesti tipici del corpo che si ripetono all’interno delle immagini e di cui, inconsapevolmente, noi osservatori ci facciamo portatori. Il vagabondare del nostro fruitore si interrompe bruscamente davanti ad una sala piena di persone (inutile dire quale sia la sala, lascio indovinare a voi). Spaventato e sconfortato rinuncia abbandonando ogni speranza di poter osservare da vicino l’opera.
La folla nei musei crea un inconveniente basilare (è difficile avvicinarsi materialmente ai quadri) e suscita l'eterna domanda: ma questi sono qui per Manet o per poter pensare e dire di aver visto Manet?[1]
Con questa citazione di Carlo Fruttero e Franco Lucentini tratta da La prevalenza dei cretini possiamo domandarci: cosa stanno guardando? Ma soprattutto come stanno guardando l’opera d’arte?
Proprio queste sono le domande sui cui si basa il lavoro di Prudhomme, ma in molte recensioni ho notato solo che si colga il lato negativo, ovvero quello della “maleducazione” dei visitatori. Sono d’accordo che la folla davanti alle opere considerate feticci sia un fattore negativo, ma il fumetto non rappresenta solo questo!
La domanda che emerge ed è sempre più presente nell’opera del fumettista è: come si sta al museo? Qual è il tempo che un visitatore debba necessariamente spendere per poter dire: ho visto la Gioconda oppure ho visitato il Louvre e non passare, mi scuserete, per un cretino?
Il fumetto fa pensare e fa osservare lo spazio e le persone che abbiamo attorno. Di come ognuno di noi ha un proprio modo di abitare il museo, di farlo proprio e di ricercare e seguire le tracce del tempo. Non esiste un modo corretto per visitare lo spazio museale, ogni persona attua delle tattiche (Michel De Certeau) per potersi muovere e fare proprio lo spazio. Infatti, l’individuo percorre le sale cercando scorciatoie, vagabondando, seguendo i propri sentimenti e le proprie intuizioni, proprio come il nostro autore. È chiaro che il fruitore non può materialmente riorganizzare il museo, ma il suo corpo obbedisce, come dice De Certeau, «ai pieni e ai vuoti di un “testo” urbano che essi scrivono senza poterlo leggere. Si aggirano in spazi che non si vedono […] L’incrocio dei propri cammini, poesie insapute di cui ciascun corpo è un elemento firmato da molti altri»[2]. Il parallelismo tra le strategie della città e quelle del museo sarà più chiaro alla fine del fumetto quando Prudhomme abbandona il Louvre e si dirige verso casa e viene invaso dalla città, dai cartellone pubblicitari e dai passanti, per giungere infine a casa dove l’attende la sua campagna (o una parte di essa).
[1] Carlo Fruttero e Franco Lucentini, La prevalenza dei cretini, Arnoldo Mondatori Editore, Milano 1985, p. 204
[2] Michel De Certeau, L’invenzione del quotidiano, Edizioni Lavoro, Roma 2009 p. 145

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