Qualche settimana fa, siamo stati in provincia di Parma e abbiamo visitato il museo etnografico Ettore Guatelli e siamo entrati nel mondo di una persona o, meglio, di una comunità o, ancora di più, nella vita dell’essere umano.
«Ettore era…» ogni frase, pensiero distratto, sguardo o movimento delle labbra inizia così, con queste parole. Non si racconta del museo se non attraverso Ettore. Raccontano di lui come se fosse ancora lì, in mezzo ai suoi oggetti.
Inizialmente preso per un folle (vorrei scrivervi precisamente in dialetto come venisse chiamato ma non saprei farlo) Ettore, a differenza di molti artisti, non era fuori dal tempo, anzi, ne riusciva a vedere il flusso e capiva cosa di lì a poco si sarebbe perso e dimenticato: la vita quotidiana; non quella di persone da un passato “importante”, ma il lavoro di quelle comuni, con storie comuni, ma essenziali e per questo importanti da ricordare.
«Ettore era… un Maestro».
Nella vita, Ettore Guatelli ha svolto molti lavori, ma forse il più importante è stato il ruolo di maestro di scuola elementare, nonché il motivo per il quale ha iniziato la sua collezione. Essere maestro per lui è stata una vera missione che ha saputo esprimere anche attraverso il suo museo.
Ogni cosa aveva una funzione didattica: serviva a trasmettere, insegnare e far giocare i suoi studenti. Diversamente dalla tradizione settecentesca, il museo non si fonda sul possesso o sull’accumulare oggetti per esibirli, ma su un intento educativo. Non si tratta solo di raccontare storie (con la “s” minuscola), ma di insegnare.
«Ettore era… un collezionista».
Tutto ebbe inizio su un tavolo, nel granaio della casa colonica, che ancora conservava la sua funzione originaria. Con il tempo, però, crebbe la necessità di avere più spazio per esporre e raccontare la vita degli oggetti raccolti. Prima furono le pareti a riempirsi, poi le sale adiacenti.
Gli spazi persero la loro funzione e iniziarono ad accogliere la collezione che, giorno dopo giorno, anno dopo anno, continuò a crescere.
Martelli, pinze, pale, forbici, botti e pestarole rivestono le pareti seguendo motivi geometrici, riempiono mobili e mensole, trasformando l’ambiente in un vero e proprio museo. Oggi la raccolta conta circa 60.000 oggetti (di cui una parte non esposti).
Tutti sono capaci di fare un museo con le cose belle, più difficile è crearne uno bello con le cose umili come le mie. (Ettore Guatelli)
«Ettore è… il suo museo».
Viveva dentro la sua collezione. Ci ha vissuto fino alla morte. Abitava in una delle sale che oggi fanno parte del museo. Ordinava ogni stanza con gli oggetti che acquistava – elemento fondamentale: nulla era donato, tutto scelto e comprato uno ad uno.
Aggiungeva sempre qualcosa, cambiava sempre qualcosa. Una ricerca ossessiva dello spazio, dell’esposizione.
La casa era un organismo vivo, che partiva dal suo corpo e si trasformava per accogliere nuove visioni, nuovi modi di guardare gli oggetti, il quotidiano e l’essere umano, sotto una luce diversa. Tutto era organizzato secondo un’idea di vicinanza e lontananza, proprio come insegnava Harald Szeemann: oggetti apparentemente estranei, accostati per rivelare legami nascosti e significati inattesi.
Guatelli non collezionava per possesso. Diceva spesso: «Tutto può venir buono», riferendosi agli oggetti che potevano rinascere. Li adottava, non li accumulava. Li riparava come un medico attento cura i corpi, per donare loro una seconda vita.
Gli oggetti del museo portano la traccia del tempo, l’usura del lavoro che li ha consumati.
Un segno essenziale che racconta storie rende visibili i fantasmi e le anime che Guatelli ha salvato.
«Ettore era… e continua ad essere».
Grazie a chi continua a narrarne, i familiari, gli amici, le guide del museo… i suoi ex allievi, proprio come Fausto, il proprietario della locanda in cui abbiamo pranzato dopo la visita.
Se passate nei pressi di Parma, fate una piccola deviazione, passate al Museo Ettore Guatelli e lasciatevi conquistare dalla meraviglia.

La foto è presa da https://cultura.gov.it/luogo/museo-ettore-guatelli
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